Marina Gersoni incontra Marina Gersony… Memorie dalla Lettonia

CLICCA: http://www.mosaico-cem.it/articoli/ritorno-in-lettonia-nel-buio-della-notte (Febbraio 2014)

Qui di seguito potete anche leggere un’intervista a Marina Jarre  del 2010 apparsa su east

*«Spesso chi mi presenta dice nata in Lituania – sorride Marina Jarre -, questo errore lo faceva persino il mio editore ed amico, Giulio Bollati. Si vede che la Lituania è per qualche motivo più presente all’immaginario italiano della Lettonia che scompare, stretta com’è fra la Lituania appunto e l’Estonia. Da lettone ogni volta mi offendo un poco, si sa, fra vicini si è suscettibili. Qui a Torino si è scoperto il Paese quando per un breve periodo si è parlato di un magnate lettone che avrebbe avuto l’intenzione di acquistare il Toro. Di magnati la Lettonia ne ha sempre avuti pochi. È un paese povero ma ricco di foreste e di paludi, l’unica risorsa naturale il magnifico porto di Riga che però gela d’inverno. Era l’approdo dei compratori di ambra che si racconta arrivavano addirittura dalla Fenicia a comperarla. Oggi, certo, l’ambra non basta a sfamare i lettoni». (Foto sopra a sinistra: Marina Gersoni-Jarre e la sottoscritta nel 2013; a destra subito dopo l’intervista che si è svolta il 31 dicembre 2010 a Torino, ndr)

Ho incontrato Marina Jarre la prima volta nel 1999. Era in procinto di partire con il figlio Pietro per Riga, sua cittànatale, che avrebbe rivisto per la prima volta dopo settant’anni. Avrebbe poi raccontato il viaggio nell’intenso romanzo Ritorno in Lettonia (Einaudi), vincitore nel 2004 del Premio Grinzane Cavour. In quel periodo stava incominciando a raccogliere testimonianze e documenti e tra l’altro si era messa in contatto anche con me. Non ci conoscevamo di persona ma sapevamo dell’esistenza l’una dell’altra. Lei scrittrice e drammaturga, io giornalista e regista, entrambe di nome Marina e – caso vuole – di cognome Gersoni. Tutto identico tranne un dettaglio: lei Gersoni con la “i”; io Gersony con la “y”, nome che risale al biblico Gerson, primogenito di Mosè, ossia “straniero in terra straniera”.

Fu così che abbiamo scoperto le comuni radici e di essere “cugine”. Nata a Riga – come buona parte della mia famiglia paterna – Jarre è il cognome del marito. Suo padre, Samuel Gersoni, ebreo, aveva combattuto nell’Armata rossa  fra il 1918 e il 1919, poi era stato allenatore sportivo e in seguito rappresentante della Michelin per i Paesi Baltici. A un certo punto, quest’uomo «selvaggio e caotico, ma affascinante, spiritoso, bello e coraggioso» aveva conosciuto la valdese Clara Coïsson, trasferitasi a Riga nel 1922 per lavorare come lettrice di italiano all’Università. Si sposarono ed ebbero due figlie, Marina e Annalisa. Nel 1935 si separarono e Clara riuscì a portare le figlie a Torre Pellice, nelle valli valdesi. Lei se ne tornò a Riga al suo lavoro e vi rimase fino al 1940. Ancora oggi Marina ricorda lo strazio di lasciarsi furtivamente alle spalle insieme alla sorellina la casa di Andreja Pumpura iela numero 2, senza aver salutato il padre che rimarrà sempre una figura sospesa e rincorsa nella vita. Alcuni anni dopo la guerra si seppe che egli era perito nella strage di Riga del 30 novembre 1941 con la  figlia di cinque anni Irene, avuta da una relazione con una giovane tedesca. La dedica del primo libro di Marina Jarre, dieci racconti per bambini, recita “Alla piccola Irene che visse senza fiabe”.

Della scrittrice ebreo-valdese è appena uscito il romanzo Neve in Val d’Angrogna che apre la nuovissima collana di narrativa Claudiana. È la drammatica epopea di una comunità di montanari nelle impervie valli valdesi del Piemonte sabaudo, piccolo avamposto protestante nel secolo della Controriforma. La storia dei valdesi nel Seicento è una storia di dolore, deportazioni, massacri e  fughe che presenta diverse analogie con quella degli ebrei. Vittime di repressione e persecuzioni da parte dei poteri civili e religiosi, sono tornati in possesso dei loro diritti solo dopo traversie indicibili.

Cominciamo dai ricordi di Riga e dell’infanzia… 
Non voglio dilungarmi sulla mia infanzia, in generale amo ricordarne gli aspetti più luminosi – l’inverno dura là sei mesi, buio, buio –  la luce delle candeline sull’albero di Natale, quella delle candele messe fra i vetri doppi di tutte le case di Riga a festeggiare a metà novembre il giorno dell’indipendenza, lo chiamavamo della libertà, il brillio arancione delle schegge di ambra che mia sorella ed io raccoglievamo nei detriti neri delle alghe camminando al tramonto sulla spiaggia.
 
Come ti sentivi di fronte ai lettoni.?
 Mi sentivo lettone, anche se non ero nazionalista come mia sorella. I lettoni sono poco più della metà della popolazione, gli altri russi, scandinavi, polacchi. Sapevo che mia madre era italiana – andavamo in Italia ogni due estati – ma che noi eravamo lettoni. Che ci fossero persone di  molte nazionalità, di diverse lingue e di diverse religioni non mi stupiva. Mio padre era ebreo, fra l’altro. Essere ebrei doveva essere un inconveniente, mio padre parlando di sé, ebreo, ne era tetramente fiero come di un marchio scomodo e inevitabile. Ho poi visto sul certificato di matrimonio dei miei genitori che mentre mia madre era dichiarata di nazionalità italiana e di fede calvinista, la  nazionalità di mio padre era “giudaica” e la sua fede” mosaica”. Era il 1925 e queste erano ancora  definizioni dell’impero russo nella libera repubblica lettone. Gli ebrei a Riga erano ben 30.000  quanti ce n’è in tutta l’Italia oggi.
 
Come viveva la comunità ebraica prima delle persecuzioni naziste e sovietiche?
 
Credo tutto sommato bene. I miei nonni e i miei zii in belle case nel quartiere più elegante di Riga. Noi in un complesso allora moderno sulle rive della Daugava. Per noi il fiume era nella nostra lingua, il tedesco, la Düna. Non c’era più il ghetto già quando nel 1886 era nato mio padre anche se la famiglia Gersoni viveva allora in periferia in una casa accanto alla conceria del nonno, chissà che puzza. Credo che nessun ebreo potesse essere dipendente statale, ma erano professionisti, medici, dentisti,  industriali, commercianti. Una borghesia benestante. Riga era d’altronde una grande città europea. Certo nel secolo precedente, la situazione doveva essere molto più difficile. Di mio nonno si raccontava che per poter sposare la nonna che era di una famiglia di rabbini, (chissà?) era andato in Siberia a  commerciare pellicce per fare soldi. Il mio bisnonno era un artigiano che  fabbricava guanti  con interno di pelliccia. Mica come i ricchi Gersony che commerciavano grano. Ad ogni modo da bambina non ho mai sentito parlare di pogrom.  So che ce n’era stato uno nel 1905  organizzato dai russi con plebaglia lettone della periferia.
 
Come mai si sa così poco delle persecuzioni naziste contro gli ebrei in Lettonia e nei Baltici in generale?
 
In Italia la conoscenza della Shoah in Europa è limitata a quella dei Lager nazisti. Le stragi nei Paesi baltici, e in Unione sovietica li precedono in realtà, e, scusami per la rudezza dell’espressione, la “moda” dei lager e della persecuzione degli ebrei si è diffusa attraverso film e fiction. Il che non ha contribuito all’esattezza delle informazioni. A parte,  talvolta, sdolcinate e poco verosimili liete conclusioni. 
 
Sei arrivata in  Italia che avevi 10 anni, com’è stato  l’impatto con la nuova realtà?
 
L’Italia che per me era Torre Pellice nelle valli valdesi, io la conoscevo già un poco. Conoscevo bene la casa dei nonni. L’impatto non lo ricordo in modo chiaro, ero tramortita dalla fine della mia vita familiare, i miei genitori si erano separati, mia madre era riuscita a portarci via, io mi sentivo probabilmente colpevole verso mio padre. Eravamo rimaste sole, la mia sorellina ed io, con la nonna che non  parlava che francese. Noi due  tedesco. La mamma era tornata a Riga. Figurati se mi preoccupavo di come era il paese. Per fortuna mi era rimasta la religione, pregavo  ogni sera e cercavo di  essere buona. L’ambiente e la società in cui vivevo dava grande importanza, senza bigottismo alcuno, alla fede valdese, questo mi fu senza dubbio di aiuto. Di secondo piano le usanze fasciste che c’erano, si capisce, le trovavo, strambe, ma trovavo strambo tutto il mondo adulto.
 
Sei tornata a Riga dopo settant’anni per ricostruire la storia della tua famiglia paterna. Cosa ricordi di quel viaggio nel 1999?
 
Non so parlarne. Ne ho scritto; scrivendo riesco a prendere una distanza che non ho ancora nelle parole. Non sono infatti tornata per ricostruire la storia della mia famiglia, ma per cercare di mettere insieme dei cocci intimi. Da  turista posso dirti che nei miei due viaggi successivi ho notato in quale modo i lettoni hanno riordinato il loro passato di collaborazionisti con i tedeschi. Nel museo dell’0ccupazione – quella sovietica – c’è un repartino con notizie esatte sulle stragi  naziste di ebrei -, sulle rovine dell’incendiata sinagoga di Via Gogol  sono esposte foto e notizie dei lettoni, pochi e coraggiosissimi che hanno cercato di aiutare gli ebrei, infine il luogo  della strage, il bosco di Rumbula, è percorso da una grande strada di accesso per automobili e ha perso ogni aspetto di segreto orrore.
 
Sei figlia di una mésalliance, ossia figlia di due genitori diversi per nazionalità, cultura e religione. Come hai risolto queste differenze dentro di te?
 
Mi sono sempre sentita intera, forse perché proprio questa mia diversità  mi aiutava a sentirmi sicura di una mia qualche superiorità. Ti dirò inoltre che presso i valdesi gli ebrei erano molto rispettati. Quanto al mio nonno ebreo credo che lo amassi e che lui mi amava. L’impatto vero e proprio – che in certo modo permane –  è stato quello con la società italiana, questa sì davvero estranea, almeno in parte, al mio modo di essere e di pensare.
 
Oggi in tutto il mondo sono in aumento i figli di coppie miste e non sono sempre rose e fiori. Prevedi un futuro meticcio? Non è in controtendenza con l’aumento dei nazionalismi?
 
Il nazionalismo aumenta proprio per il timore di questo inevitabile futuro meticcio, quasi potessimo fare a meno dell’apporto del lavoro e dei figli degli immigrati! Il nazionalismo quando è becero ripiegamento sui propri costumi, sulle proprie tradizioni, sulle proprie formali usanze religiose non può che portare a un impoverimento sociale e politico. Chi ama davvero i propri luoghi e conosce a fondo la propria storia nelle sue miserie e nella sua grandezza, sarà aperto, non chiuso verso chi arriva da altrove.
 
È appena uscito il tuo ultimo romanzo Neve in Val d’Angrogna. Hai sentito il bisogno di riappropriarti delle radici valdesi materne?
 
Non credo di averle mai perse. Io sono una che racconta e basta. Quando una storia s’impossessa di me ed esige di essere narrata, non posso che ubbidire.
 
In definitiva a quale fede e a quale terra ti senti più attaccata?
 
Sono fatta di troppe pezze diversamente colorate per rispondere in modo esplicito e semplificato a questa tua domanda, mia cara Y. Sono attaccata a una terra e a una fede che mi porto dentro, sono apolide ed eretica, assolutamente apolide e assolutamente eretica.  
 
Cosa pensi della globalizzazione? 
“La mia patria è il mondo intero” cantavano alla fine del 1800 gli anarchici. Questo non è un male. Penso però che visto che si espanderanno sempre più i mezzi di comunicazione rischiamo di rimanere attaccati troppo a lungo alle nostre tastiere e ai nostri schermi. Ci guadagneranno quelli che forniscono occhiali e lenti. I miei nipoti portano tutti gli occhiali mio marito ed io li abbiamo messi a 50 anni. Mi dispiacerebbe che nel mondo globalizzato i libri finissero nei musei, resto attaccata alla carta, la carta è la mia terra e la mia patria, una volta che ci ho scritto su.
 
 


Gli interessati possono richiedere la versione cartacea dell’intervista apparsa su east (VEDI COPERTINA A SINISTRA)

Marina Jarre è nata a Riga, in Lettonia, nel 1925, con il cognome Gersoni. Dal 1935 vive in Italia, dove si è sposata, ha avuto quattro figli, ha insegnato. Ha scritto romanzi e racconti, fra i quali Il tramviere impazzito e altre storie (Einaudi 1962), Negli occhi di una ragazza (Einaudi 1971), Un leggero accento straniero (Einaudi 1972), Viaggio a Ninive (Einaudi 1975), I padri lontani (Einaudi 1987), Galambra (Bollati Boringhieri 1987), Ascanio e Margherita (Bollati Boringhieri 1990), Tre giorni alla fine di luglio (Bollati Borighieri 1993), Un altro pezzo di mondo (Bollati Boringhieri 1997), Ti ho aspettato, Simone (Elle 2003), Ritorno in Lettonia (Einaudi 2003) e Il silenzio di Mosca (Einaudi 2008). Nel 2010 è uscito Neve in Val d’Angrogna (Claudiana)