IO NON HO PAURA DEL BUIO

Ci si riunisce nella penombra, una mano tocca la parete e l’altra regge un bastone bianco. Si procede verso l’ingresso e si entra. Ora è buio. Il cuore accelera, mentre i sensi si attivano alla ricerca di punti di riferimento… Dialogo nel Buio (http://www.dialogonelbuio.org), è una mostra/percorso allestita presso l’Istituto dei Ciechi di Milano. Un viaggio nella iù completa oscurità che permette di sperimentare un nuovo modo di “vedere”. Ci si affida al tatto, all’udito, all’olfatto e al gusto. Il percorso dura un’ora e 15 minuti. I visitatori, suddivisi in gruppi di otto persone, sono accompagnati da esperte guide non vedenti. Si passa per alcune stanze che riproducono ambienti diversi da scoprire svelando “un altro modo di vedere”. L’ultima tappa è un bar dove, sempre nell’oscurità, si commenta l’esperienza vissuta. (FOTO CREDIT:  Moonrise Over Edgartown Silvery clouds and a crescent moon rising over two American flags waving in the nighttime sky above the port town Edgartown, Massachusetts on the island of Martha’s Vineyard. Data dello scatto: 1 dicembre 2011. Fotografo: David Fokos Luogo: Edgartown, Martha’s Vineyard, Massachusetts, USACrediti: © David Fokos/Corbis)

 

Ecco di seguito la mia esperienza che potete leggere anche su “ELLE” in edicola in questi giorni (Novembre 2012)

È successo tutto per caso. Era una splendida giornata di ottobre e un sole benevolo intiepidiva con i suoi raggi la città. Insieme alla mia amica Yardena avevamo deciso di approfittarne per bere un caffè all’aperto. Mentre ci avviavamo verso Villa Necchi Campiglio, una sontuosa dimora nel cuore di Milano, abbiamo notato, da lì a pochi metri, un piccolo ingresso defilato e seminascosto. Un vialetto conduceva su un ampio giardino con un bar spartano e insieme invitante. Incuriosite siamo entrate. A catturarci è stato il clima quieto e di pace che avvolgeva questa inaspettata oasi di verde, insolita per una città rumorosa e caotica come Milano. Così abbiamo scoperto che si trattava di un centro ricreativo e culturale per anziani. Per esattezza il “Polo Mozart” del Comune, situato presso l’Istituto dei Ciechi.

Siamo tornate diverse volte approfittando dei momenti liberi e abbiamo fatto amicizia con alcuni anziani e una funzionaria del centro. Tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo proposto di fare un paio di volte al mese dei “reading”, ossia delle letture basate su alcuni libri interessanti a cui dare seguito con un dibattito. Eravamo sul punto di esporre la nostra idea, quando all’improvviso sono comparse due donne. Erano di fretta. Una di loro, Concetta, si è rivolta alla signora con cui stavamo parlando: «Abbiamo bisogno di due volontarie per un laboratorio nel buio. Chi di voi viene? – ha chiesto gettando un’occhiata speranzosa nella nostra direzione -. Domani arrivano degli studenti e vogliamo capire se tutto scorre come si deve. Venite?».

«Di cosa si tratta?», ho subito chiesto allarmata retrocedendo con la sedia.

«Il laboratorio consiste nel muoversi in uno spazio buio con la guida di due persone non vedenti, tra cui Claudia che è qui di fianco a me – ha sorriso Concetta -. Dovrete toccare delle stoffe di diversa consistenza, disposte sui dei tavoli lungo le pareti della stanza, e poi descriverle… Ma venite, vedrete, è più facile farsi che dirsi, si tratta di una bella esperienza».

Avrei voluto fare altre domande, ma non c’era tempo. Per cui risposi di no, che io al buio non ci sarei andata neanche morta, che si divertissero pure tra di loro e tanti cari saluti. In passato avevo sofferto di terribili attacchi di panico e di claustrofobia, ne ero uscita dopo anni di lavoro su me stessa, e non intendevo in alcun modo mettermi in situazioni per me borderline. La mia cara amica Yardena, acuta e sottile psicologa, conosceva bene la mia storia e mi fissò con aria di sfida: « Marina è una fifona, figuriamoci se viene. Vengo io, andiamo». Mentre stavo per inalberarmi e risponderle a tono – aveva colpito nel segno! – , incontrai lo sguardo di Claudia. Sì, proprio lo sguardo. Perché nonostante fosse cieca, i suoi bellissimi e intensi occhi azzurri mi vedevano e mi guardavano senza vedere. Mi sono sentita avvolta da questo ineffabile sguardo profondo e calmo che mi è difficile descrivere a parole: so solo che mi sono alzata in silenzio e mi sono avviata con il cuore in tumulto verso la stanza buia delle mie paure.

Eravamo sette o otto donne di tutte le età, incluse Concetta, Claudia e Rosaria, quest’ultima un’elegante signora non vedente dalla voce calda e armoniosa. Ci ha accolte con allegria spiegandoci la dinamica del laboratorio:

«Osservate bene questa stanza, le pareti, i tavoli, le stoffe, i dettagli. Bene. Adesso che avete preso possesso dello spazio attraverso la vista, ci mettiamo in un cerchio e ognuna di voi dirà il proprio nome in modo chiaro e nitido cercando di memorizzarlo. La prima volta lentamente e una seconda volta molto veloce, ma non dovete parlare l’una sull’altra. Dopo di che spegneremo la luce e noi vi guideremo. Dovrete prima andare verso un tavolo, toccare i tessuti, tastarne la consistenza e poi descriverli. In seguito sceglierete una stoffa che vi piace in modo particolare con la quale realizzerete un vestito o un accessorio. Poi vi metterete in coppia e inscenerete una piccola recita. Il tutto durerà un’ora circa. Adesso spegneremo la luce e iniziamo. Se qualcuno avrà dei timori basterà che ce le dica a Claudia, a Concetta o a me e vi accompagneremo verso l’uscita. Pronte?».

Di colpo il buio è calato nella stanza. Paralizzata aspettavo di essere colta dal panico, quando mi sono sentita afferrare la mano da Yardena.

«Dai che adesso facciamo coppia fissa – mi ha detto ridendo – so esattamente dove ci troviamo, la porta d’uscita è qui di fianco».

Sempre per mano ci siamo dirette a tastoni verso il tavolo più vicino all’uscita. Ascoltavo il mio cuore che iniziava a battere scomposto, mentre le voci rassicuranti di Rosaria e di Claudia ci indicavano le cose da fare. Si ricordavano tutti i singoli nomi, io nessuno e dentro di me mi rimproveravo della mia poca concentrazione. Senza rendermene conto mi ritrovai con le mani immerse nei tessuti e iniziai a toccarli, uno per uno, era piacevole. Non avevo mai tastato con tanta attenzione delle stoffe, ed ecco che di colpo mi parevano prima lisce, poi ruvide, poi morbide e poi di nuovo dure, scivolose o elettriche. Via via che le sfioravo percepivo ogni piccola sfumatura. Il tatto si stava perfezionando, eccone una densa e un’altra è granulosa, senti questa com’è delicata mentre quest’altra è sgradevole, pungente… Sensazioni mute, interiori, nuove… Ero assorta nel mio compito e la mia mente stava scivolando altrove, in un luogo attivo e confortante, mi stavo placando, era bello. Sentivo il calore del gruppo, il buio era diventato luminoso, ricco di bagliori, riverberi, sfavillii, odori, profumi e di energie avvolgenti che si stemperavano nell’aria. Yardena mi prese la mano e mi disse con il suo tipico tono brioso e simpatico: «Hai scelto la tua stoffa? Dai muoviti. Io ho già creato il mio travestimento. Toccami in testa».

Tastai il capo della mia amica e individuai una specie di calottina lanosa con due pezzi di stoffa un po’ flosci che pendevano lungo le orecchie.

«Sono un cocker spaniel», bofonchiò Yardena con una specie di guaito. Iniziai a ridere senza sosta, tremavo dal ridere, una risata liberatoria, autentica, sana, come non ne ricordavo da tempo. Iniziai a divertirmi, ogni paura era scomparsa, ci stavo prendendo gusto. Le nostre guide ci chiesero di descrivere le nostre mise, io avevo deciso l’improbabile tenuta di Nerone in tuta da Star Trek. Non so proprio come mi è venuta in mente. La mia fantasia stava andando a mille, senza limiti e senza barriere. Ero ritornata bambina.  Tutte ridevamo e ci sentivamo un gruppo compatto, unito, come se ci fossimo conosciute da sempre. In seguito abbiamo iniziato la nostra piccola performance. Yardena e io abbiamo stravolto il copione che ci eravamo prefissate e abbiamo improvvisato: lei nel ruolo di se stessa e io del mio cane. Ne è venuta fuori una performance esilarante. Abbiamo ricevuto molti applausi.

A un certo punto, di colpo, le voci di Concetta, Claudia e Rosaria hanno annunciato che il laboratorio si era concluso e che avrebbero riacceso le luci. Era giù passata un’ora? Non ci potevo credere, mi sembrava che fossero trascorsi pochi minuti. La luce ha invaso la stanza e gradualmente ho preso coscienza della mia nuova dimensione. Mi sono sentita stranamente leggera, tranquilla, ma soprattutto ero consapevole di aver vissuto un’esperienza molto forte, unica. Grazie a queste formidabili donne, ma anche alla mia amica Yardena e alle altre signore del gruppo, avevo superato per un attimo le mie paure più profonde, che neanche un pool di psicologi o psichiatri in dieci anni di terapia sarebbero riusciti a rimuovere…

Nelle settimane successive ho incontrato ancora Claudia e Rosaria, ho fatto loro molte domande, ma credo che ci vorrà ancora del tempo per conoscerci in modo più approfondito. Abbiamo parlato a ruota libera di polisensorialità, di sostanza, di apparenza, della forza dell’immaginazione, dei ciechi e del modo sfalsato in cui vengono percepiti ancora oggi dalla società. Temi forti. Per adesso so che Claudia è stata cresciuta con amore dalla sua famiglia («non in modo pietistico», sottolinea), che ha patito moltissimo i primi anni di scuola («un trauma, mi sentivo isolata, è lì che ho iniziato a dare il via alla mia immaginazione») e che ha imparato a gestire – attraverso la volontà, la disciplina e la passione – il suo handicap. Laureata in psicologia, è stata insegnante di psicologia applicata alla professione infermieristica per 13 anni. È una donna piena di fascino, sottile, raffinata e sobria, che trasmette forza, determinazione e una sensibilità fuori dal comune. Oggi conduce una vita attivissima, ha due figli, vive in Brianza, e ogni mattina prende prima il treno e poi la metropolitana in perfetta autonomia per recarsi all’Istituto dei Ciechi dove collabora con «Dialogo nel Buio».

Rosaria è un’insegnante di Lettere. A lungo ha insegnato in una scuola media di Milano. Ha perso la vista da sei anni. Inizialmente era ipovedente e man mano, con il passare del tempo, le cose sono peggiorate. La cecità ha coinciso con la perdita dell’amatissimo marito. Ma lei non si è mai ripiegata su se stessa e ha ripreso la sua vita in mano. È una donna vitale, colta e pragmatica. Vive da sola, ha molto amici, e anche lei collabora con «Dialogo nel Buio». Inoltre lavora con Claudia e Concetta ai progetti per i laboratori, basati – tra l’altro -, sull’esperienza di riconoscere e manipolare al buio materiali primari e antichi, come la carta e i tessuti.

«Nella nostra cultura occidentale il buio è la negatività – osserva Rosaria -. Equivale alla mancanza di conoscenza. La cecità viene percepita con inquietudine, si pensa che i ciechi vivano nel buio. Ma non è vero. Il buio aiuta ad esprimersi maggiormente e ad aprirsi. Oggi, nella situazione di cecità in cui mi trovo da sei anni, sono più tranquilla di quello che avrei immaginato. Mi sento più libera di esprimere i miei problemi e quello che penso. E poi faccio dei sogni con delle bellissime immagini».

Ecco, volevo raccontare brevemente la storia della mia esperienza, ma soprattutto di queste donne combattive, spiritose e intelligenti; donne piene di coraggio che vanno sempre avanti e non si arrendono di fronte agli ostacoli. La loro forza, sensibilità e umanità mi hanno commossa e toccata nel profondo. Sono grata al destino di avermele fatte conoscere e sono fiera della loro amicizia.

 I laboratori sono progettati e condotti da Clara Rota, Concetta Capacchione (MATERIALIZZIAMOCI)

e Rosaria Gisotti e Claudia Consonni del «Dialogo nel Buio». 

http://www.dialogonelbuio.org/

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