Io viaggio da sola: parla Maria Perosino (intervista su “Elle” di Settembre 2012)

di Marina Gersony.

Ricominciare da capo dopo un lutto che ti ha devastato il cuore. Annaspi, non sai che pesci pigliare e cosa fare di te stessa. Sei lì, sbigottita e incredula, non credevi che sarebbe capitato proprio a te. La tua vita si è ribaltata di colpo e le tue abitudini si sono frantumate in mille pezzi. E mentre cerchi di ritrovare il bandolo della tua esistenza, ecco che piano piano senti emergere nuova forza e nuova consapevolezza. Osservi il tuo dolore, lo affronti e decidi di riprendere la tua vita in mano. Finché scopri che hai imparato a viaggiare da sola.

Maria Perosino, classe 1961, figlia della buona borghesia torinese, si occupa di arte contemporanea ed è  promotrice di iniziative culturali. La sua vita scorre tranquilla fino a quando un giorno, così all’improvviso, perde il suo compagno amatissimo, con cui ha condiviso un grande amore. Uno choc.

«È morto il 26 ottobre del 1998. Ne ero innamorata e vivevamo insieme. Lui è morto e io ho cominciato a viaggiare. A viaggiare molto e da sola. Invece di rannicchiarmi in un letto o di stendermi sul lettino di uno psicanalista, zigzagavo tra le strade asfaltate e ferrate che attraversano l’Italia».

Maria è una bella donna, alta e di classe. Ha uno sguardo solare e fuma Gauloises. Tutto in lei – gesti, comportamento, comunicazione sia verbale che non verbale -, esprime autonomia, orgoglio e indipendenza. Per la serie, appunto, Io viaggio da sola, titolo del suo libro fresco di stampa che narra di viaggi solitari, ricordi, flash back, ma anche di come, in senso pratico, si può affrontare un viaggio da sola stando bene con gli altri e con se stessi. In breve: un kit di sopravvivenza per cavarsela da sole tra alberghi, treni, piazze deserte, amici, amori, agguati di malinconia e di brutti ceffi incontrati (e seminati) per caso. Con tanti consigli pratici, ma anche esistenziali (Io viaggio da sola, Einaudi).

Una perdita può dunque cambiare la vita. Nel suo caso ha iniziato a viaggiare e a scrivere un libro.

«Diciamo che è stato un punto di partenza. Per una forma di pudore non ho voluto indugiare sul mio lutto. Trovo che sia patetico affrontare temi così profondi a meno di non essere un grande scrittore. Nel mio libro ho cercato di essere profonda ma anche lieve. Direi che si tratta di un libro autobiografico – con degli incisi di vita vissuta – , ma anche ironico e pratico. Viaggiare da sole può essere un’esperienza straordinaria. Non significa affatto essere sole. Significa doversi arrangiare a portarela valigia. Edirsi che, certo, per mangiare le ostriche sarebbe meglio essere in due, ma in fondo la scelta peggiore è non mangiarle affatto».

Come ha superato il lutto?

«Per me il dolore non è terapeutico. Non ho fatto nulla per rimuoverlo ma neanche per trasformarlo in qualcosa di ossessivo. Per un paio di anni sono stata malissimo. Ma poi, viaggiando e incontrando luoghi e persone, mi sono ricostruita una nuova geografia degli affetti e mentale. Quando sei fragile hai bisogno degli altri e per conquistali non devi assumere atteggiamenti vittimistici o lamentarti di continuo. Li devi sedurre, devi mostrare i tuoi lati migliori, altrimenti  scappano».

«Non ha mai avuto paura di viaggiare da sola?

Di carattere sono fiduciosa, non temo il mondo esterno – piccioni esclusi – , per i quali nutro una vera e propria fobia. Diciamo che non ho paura in generale delle persone e poi non sono un’incosciente, cerco di non mettermi in situazioni pericolose. Mi sono capitate tuttavia un paio di situazioni borderline. Come quella volta a Genova in cui sono capitata di sera in un vicolo buio. C’erano solo dei brutti ceffi poco rassicuranti e bottiglie di alcolici rotte, sparse un po’ ovunque. Avevo la sensazione di non essere al sicuro, ma ho continuato a camminare con aria sicura, perché la paura genera paura e può scatenare l’aggressività. Ci sono situazioni, anche in pieno centro, in cui la realtà urbana può cambiare da un momento all’altro».

Viaggiare da soli implica anche spendere molti soldi…

«Premetto che uno degli effetti collaterali di rimanere vedova di un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente. Anche in campo ereditario. Quindi ho dovuto tirarmi su le maniche e darmi da fare. Per fortuna mi occupo d’arte, una professione che posso svolgere ovunque».

Per questo motivo viaggia prevalentemente in Italia?

«Anche. Nel libro parlo tuttavia anche di viaggi all’estero, per esempio a Istanbul, Parigi e Praga. In genere non mi interessano i viaggi esotici, preferisco i luoghi dove posso entrare in una relazione empatica e pratica. Certo, se avessi cinque vite viaggerei ovunque. Occupandomi d’arte, l’Italia è il mio Paradiso. Faccio casetta ovunque. Mi porto la mia residenza in giro».

Nella sua vita on the road le è mai capitato di infatuarsi di qualcuno?

«No. Sono single e per ora, con la vita che faccio, non posso permettermi legami fissi. Come non posso permettermi di avere un cane. Mi è però capitato di incontrare delle persone in viaggio con le quali in seguito, dopo averle conosciute meglio e in modo più approfondito, è nato effettivamente qualche flirtino… Diciamo che il colpo di fulmine sul treno per ora non mi è ancora successo».

Il treno è il mezzo di locomozione che predilige?

«Direi di sì».

Come si nutre in viaggio?

«Sono decisamente golosa. Quando sono in viaggio vado nei ristoranti che cerco sempre con grande accuratezza secondo lo schema qualità-prezzo. Un giorno, in uno dei miei viaggi, ho individuato un ristorantino con i fiocchi. Quando ho visto però entrare Catherine Deneuve ho desistito. Ho pensato che doveva essere un posto molto caro, troppo per le mie tasche. Quando sono a casa a Milano, invece, non tiro fuori le cose dal frigo così a caso. Mi cucino i pasti come Dio comanda. Mangiare per me è un rito. Sia che io sia da sola sia che sia in compagnia. Su questo punto avrei molte cose da dire a proposito delle mie amiche perennemente (ma mai davvero seriamente) a dieta».

Come sceglie quindi i ristoranti?

«Faccio più in fretta a dire quelli che escludo quasi sempre: i bar (no ai panini gommosi o ai piatti riscaldati al microonde); i ristoranti d’albergo, in genere tristi e polverosi e i ristoranti gastronomici perché sono cari, perché prevedono un rituale che è più grande del cliente e perché, in posti di questo tipo, è assolutamente vietato dimenticarsi di essere da soli». 

Qual è il decalogo della valigia perfetta?

«Considerando che devo fare e disfare la valigia anche tre o quattro volte la settimana, con il tempo ho messo a punto una tecnica per non perdere più di cinque minuti ogni volta per sbrigare l’intera faccenda».

Cosa ci mette dentro per essere sempre comme il faut?

«Un esempio? Decidere che il colore guida è il blu. Quindi, oltre ai jeans ci sono: una giacca blu, dei pantaloni color malva, un paio di mocassini sempre blu e un paio di scarpe grigio perla, più eleganti. Un top di seta grigio, una polo e una camicia bianche, un pullover carta da zucchero, una sciarpa di seta viola e uno scialle di lino con disegni floreali tra il verde, il blu e il viola. Tutte queste cose possono essere combinate fra di loro senza problemi».

Fa sport durante i viaggi?

«Cammino tantissimo, detesto i mezzi. Sono una Chatwin in gonnella. Viaggiare da soli è comunque un physical life, sali e scendi dai treni, prendi e porta la valigia… Ti muovi sempre molto. E poi non sono di indole pigra».

Quali sono i suoi scrittori di viaggio preferiti?

«In viaggio i libri li metto dentro in una borsa di tela che appendo sulla spalla sinistra insieme alla borsetta (per il resto dell’equipaggiamento, leggere pagina 16 del libro, ndr). Ma in genere non amo i libri di viaggio. Tranne alcuni, come Quando viaggiare era un piacere di Evelyn Waugh oppure i libri di Adam Gopnik. Uno dei miei preferiti resta comunque La vicevita. Treni e viaggi in treno di Valerio Magrelli, spezzoni di esistenza che trascorriamo lontani da un luogo fisico fisso… Per esempio, appunto, in treno».

Perché non prende il Kindle? Pesa molto meno…

«Per ora preferisco il cartaceo. Mi piace avere un rapporto fisico con l’oggetto libro. Sarà probabilmente un fatto generazionale. In futuro si vedrà».

Prossimo viaggio?

«Firenze… Anzi no, Roma… per lavoro».

E le vacanze?

«Decido all’ultimo. Agosto comunque preferibilmente a Varigotti, a casa mia. E lì viaggio con il pensiero…». 

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