Il nuovo orgoglio Rom

Su “east” in edicola, rivista europea di geopolitica, un articolo sui Rom in Italia e in Europa. Oggetto: l’evoluzione di un gruppo etnico nella società attuale e le nuove politiche di inclusione

di Marina Gersony

Vengono considerati stranieri di serie B. Anche quando sono stanziali. Odiati, rifiutati e respinti ovunque, persino gli stessi immigrati del più basso rango sociale non vogliono avere nulla a che fare con loro. Sono rom, sinti, camminanti, kalé, manouches, romanichels e altre minoranze zingare e vivono una vita marchiata dal pregiudizio e dalle violazioni dei loro diritti fondamentali. Se alcuni anni fa si parlava di cinque milioni di individui, oggi si stima che la popolazione rom in Europa sia salita a 12 milioni, cifre spesso oscillanti e oggetto di contestazione o strumentalizzazione politica. In Italia rom e sinti si aggirano intorno ai 150 mila. Ma esiste un problema zingaro nell’Europa allargata? E in Italia com’è la situazione?

Gli ultimi dati Istat sul censimento del 2011 parlano di un’immigrazione quasi triplicata negli ultimi dieci anni. Ma il dato più interessante – soprattutto in tempi di crisi – è il consolidamento di una nuova «borghesia» straniera fatta di piccoli imprenditori e di seconde generazioni sempre piú integrate nel tessuto sociale. Un dato che fa riflettere in un Paese come l’Italia dove la multietnicitá è stata per lo più rimossa, emarginata o repressa dall’unificazione risorgimentale in poi. Ma soprattutto che dà conferma di una società in evidente trasformazione.  

E se ormai viene riconosciuto che gli stranieri possono rappresentare una risorsa e nuove energie, un gruppo etnico in particolare, quello dei rom, continua ad essere oggetto «privilegiato» della diffidenza, del razzismo diffuso e della discriminazione istituzionale.  

Lo testimoniano i ripetuti fatti di cronaca che ribadiscono la reciproca estraneità tra i gagé – i non zingari – e i rom, alimentata da sei secoli di fobie, pregiudizi e persecuzioni, ma anche di una marginalità economica di nuovo tipo che probabilmente sta ridisegnando la vita nomade nelle società postindustriali, dove il futuro di queste popolazioni appare sempre più incerto e problematico.

Nasce così l’urgenza di politiche adeguate nei confronti di una minoranza che molto spesso è da recuperare socialmente o integrare con il resto della popolazione gagé.

Paradigmatica è la vicenda del campo nomadi nei pressi della cascina Continassa a Torino dello scorso dicembre, in cui una sedicenne denunciò la violenza da parte di due rom salvo smentirla subito dopo per paura di una famiglia ossessionata dalla sua verginità. E pazienza se nel frattempo dei solerti manifestanti avevano organizzato una fiaccolata della solidarietà che si è conclusa con una violenza da brivido, ossia con l’incendio del campo al terrificante grido «lasciateli bruciare».

Ma questa è soltanto una delle tante storie tristemente note. Come note sono le condizioni fatiscenti in cui molti, troppi rom e sinti  ancora oggi sono costretti a vivere. Nonostante alcune associazioni abbiano denunciato da tempo l’emergenza igienico-sanitaria dei campi fuori controllo, nulla sembra cambiare davvero: baracche di lamiera sovraffollate, tonnellate di rifiuti, topi e malattie, non ultimi dei casi di Tbc. Una situazione esplosiva  in molte banlieue degradate delle maggiori città italiane, sopratutto nei campi spontanei e non autorizzati, come a Torino in Lungo Stura Lazio, via Germagnano e corso Tazzoli.

Ma cosa possono fare le associazioni – troppo spesso abbandonate a se stesse -, costrette a farsi carico di un lavoro enorme, spinoso e complesso? E soprattutto, che fine hanno fatto i cinque milioni promessi quasi tre anni fa dal Governo Maroni per arginare questa situazione di degrado ormai intollerabile?

Se il miglioramento delle condizioni di vita dei rom, la loro inclusione sociale e la lotta alla discriminazione incalzano nell’agenda dei Paesi europei, c’è da chiedersi cosa viene fatto in Italia.

«Dal 21 maggio 2008 al 3 aprile 2012 sono almeno 1500 gli sgomberi delle famiglie rom avvenuti nelle principali città italiane. Nessuna alternativa viene concessa alle famiglie. Le violazione delle direttive europee 2004/38/Ce e 2000/43/Ce sono sistematiche e quotidiane», sostengono i diretti interessati nel blog Nazione Rom, stilando un dettagliato cahier de doléance sulle «bugie del Governo italiano sull’emergenza rom, sulla storia, gli affari, inganni e collusioni tra il governo, le amministrazioni locali e la camorra» (http://nazionerom.blogspot.it/2012/04/le-bugie-del-governo-italiano.html).

Come, dire, tra censimenti, proposte di prendere le impronte digitali, sgombri e quant’altro, l’impressione è che in questi anni ci sia una mancanza di interventi strutturali per affrontare una questione delicata che rischia, se non viene affrontata con politiche eque e lungimiranti, la degenerazione totale.

«In Italia ci sono numerose associazioni più o meno qualificate che si occupano delle popolazioni rom e sinte – osserva Costanza Frari, operatrice sociale nei campi non autorizzati della periferia di Torino, abitati da rom di nazionalità romena­. Il problema è che ognuno tende a lavorare per sé, non c’è una regia, non ci sono strategie comuni. In Italia esistono tuttavia diverse iniziative importanti. Come il progetto di accoglienza e di assunzione di responsabilità che come associazione abbiamo realizzato a Settimo Torinese».

Costanza lavora per l’Associazione Terra del Fuoco e vanta un’articolata esperienza a stretto contatto con i rom; un’esperienza che passa dall’integrazione sul mercato del lavoro all’inclusione sociale, all’inserimento scolastico e relativa parte educativa sui minori, agli accompagnamenti sanitari e non solo. E il progetto di Settimo Torinese, uno fra tutti, è un percorso di inserimento e di regolarizzazione rivolto alla comunità rom in Piemonte.

«Il percorso (denominato Il Dado), ha dato la possibilità a sei famiglie di abbandonare il campo con l’impegno di accettare una serie di regole come l’iscrizione a scuola per i minori, l’inserimento lavorativo tramite corsi di formazione, tirocini, borse di studio per gli adulti, fino alla stabilizzazione della situazione economica che porta alla ricerca di un’abitazione permanente ­- spiega Costanza ­-. Dal 2009 oltre alle famiglie rom e a noi operatori si sono aggiunti dei rifugiati politici e ragazzi provenienti dal Corno d’Africa». Un mix sociale al quale l’associazione crede molto: l’incontro di persone diverse non può che favorire un cambiamento costruttivo.

Come non mancano, del resto, altri esempi positivi. Meritevole e ben definito è il lavoro svolto dalla Casa della Carità di Milano che vanta un’esperienza pluriennale con le comunità rom e da due anni ha inoltre aderito al progetto europeo EU Inclusive insieme a Fondazione Soros Romania, in partenership con Open Society Institute di Sofia-Bulgaria e la Fundación Secretariado Gitano dalla Spagna per un periodo di 24 mesi, tra settembre 2010 e settembre 2012. Finanziato dal Fondo Sociale Europeo «Investire nelle persone», ha come obbiettivo lo scambio di buone pratiche di integrazione (con tanto di trasferimento dati) per quanto riguarda l’inclusione della popolazione rom tra la Romania, Bulgaria, Italia e Spagna: dalla creazione di una cooperativa di apicoltori rom nelle campagne bulgare a una serie di borse di studio in medicina per i giovani più meritevoli. E ancora: l’inserimento lavorativo in grandi aziende del settore privato e l’assistenza medica nelle scuole fino alla formazione in ambito civico e politico per dare maggior peso alla comunità rom anche nel processo decisionale del Paese. I risultati della ricerca EU Inclusive verranno resi noti l’11-12 giugno 2012 con l’organizzazione di un Convegno a Milano.

A proposito dl lavoro, è bene ricordare che i rom e sinti hanno sempre svolto delle attività nel corso dei secoli. Con il lavoro hanno un rapporto antico che troppo spesso si tende a misconoscere, a sorvolare o a ignorare. Nella storia si presentavano come comunità economiche attive di artigiani, commercianti e lavoratori stagionali. In breve, costituivano in ogni società nicchie complementari che interagivano con l’economia della società ospitante. Ma questi mestieri e queste abilità sono entrati in crisi in un processo che si è accelerato negli anni Settanta con lo sviluppo della moderna economia di mercato che ha fatto scomparire i residui spazi economici «arcaici». La morte di questi mestieri ha creato così un vuoto colmato talvolta da un arrangiarsi quotidiano fatto di furbizie, raggiri ed espedienti. Fatti che gettano un’ombra su tutte le comunità rafforzando e alimentando i soliti  pregiudizi negativi.  

Tuttavia, negli ultimi anni, sta nascendo una maggiore consapevolezza e un nuovo orgoglio rom. Se fino a ieri erano soprattutto i gagé a pubblicare mille libri, organizzare convegni, seminari all’interno delle università, trasmissioni televisive e mostre artigianali su di loro, oggi sono sempre più numerosi i rom determinati a esprimere il loro punto di vista. Basta navigare in rete per scoprire numerosi siti completi e interessanti. Tra i quali U Velto, pagina web dell’Istituto di Cultura Sinta che informa sulla situazione dei sinti e dei rom in Italia e nel mondo con tanto di radio, pagina Facebook e Twitter, dove si possono trovare aggiornamenti, news, appuntamenti, link e curiosità. Ma anche la esaustiva Federazione Romanì (http://federazioneromani.wordpress.com/) che raccoglie le diverse voci rom e sinte sul territorio italiano. Un mondo tutto da scoprire.  

 

 

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