Incontro con la figlia di Irène Némirovsky

1. CON DENISE EPSTEIN

PARLA LA FIGLIA DI IRENE NEMIROVSKY 

INTERVISTA SU “ELLE” NUMERO DI DICEMBRE

When Irene Nemirovsky was taken from home to be deported to Auschwitz, she left a leather suitcase with her copybooks in the hands of her thirteen-year-old daughter. Sixty years later Denise decided to read those copybooks and transcribe their content. In her autobiography Survivre et vivre, Denise Epstein goes through this very emotional story. Journalist Marina Gersony met her.

«Com’era mia madre? La vedevo con gli occhi di una figlia. Aveva uno sguardo dolce, di una dolcezza particolare, accentuata da una forma di miopia. Non avevo mai percepito l’ironia che in seguito avrei scoperto nei suoi libri. Amava la musica, le canzoni che cantava con mio padre. Adorava Ernest Bloch, il suo brano preferito era Baāl Shem. Le piacevano i motivi di Joséphine Baker; e poi l’orchestra di Raymond Ventura che tutti chiamavano “Ray”, lo zio di Sacha Distel che si sarebbe poi ispirato alle sue canzoni. I musicisti di Ray erano quasi tutti ebrei così come lo era buona parte del pubblico. Erano canzoni ironiche, di chi gioca a prendersi in giro, tipiche dell’umorismo ebraico. Mia madre si divertiva moltissimo ad ascoltarle, oggi sarebbero considerate antisemite».

EPSTEIN FESTIVAL MANTOVAEpstein è la figlia maggiore di Irène Némirovky, la grande scrittrice di cui credevamo di conoscere tutto: dalla nascita a Kiev nel 1903 alla morte ad Auschwitz nel 1942, dall’avventura del manoscritto di David Golder, inviato anonimo nel 1929 all’editore Grasset, al manoscritto salvato di Suite francese (Adelphi), apparso nel 2004 e tradotto in tutto il mondo.

Ho incontrato Denise a Mantova in occasione del Festivaletteratura, intervenuta per parlare di sua madre e presentare l’importante biografia curata da Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt (La vita di Irène Némirovsky, Adelphi), un lavoro monumentale in cui i due autori – affiancati da Denise – hanno consultato carte inedite, corrispondenze, appunti e taccuini della scrittrice scomparsa. Ripercorriamo così, arricchita di nuovi dettagli, la vita e l’opera di una scrittrice entrata nel mito: l’infanzia nella Russia prima imperiale e poi rivoluzionaria, la fuga in Finlandia e poi in Svezia, la giovinezza dorata in Francia, i rapporti infelici con la madre bella e frivola e quelli felici con il marito Michel Epstein e le amatissime figlie. E ancora il successo, il variopinto mondo degli emigrés russi e della comunità ebraica, i rapporti con la società letteraria degli anni Trenta. Per finire con gli sconvolgimenti della guerra e gli ultimi mesi di vita con la famiglia. Il resto è tragedia nota: il giorno dell’arresto di maman, il 13 luglio del 1942, Denise ha tredici anni e sua sorella Élisabeth cinque. Anche il padre poco dopo subirà la stessa sorte della moglie e le due bambine rimarranno orfane.

Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti. Oggi Denise ha ottant’anni, tre figli, tanti nipoti e un vissuto che pesa. Esile, piccola di statura, piena di humour e di energia nonostante il pacchetto di sigarette al giorno, è impegnata a tenere in vita la memoria di sua madre. «Oggi i giovani amano molto leggere i suoi libri. Credo di aver fatto quello che potevo per non dimenticare ciò che è accaduto. È il motivo per cui vado nei licei a parlare ai ragazzi».

Lei stessa ha scritto un libro, Survivre et vivre, insieme alla giornalista Clémence Boulouque. E sono proprio la grinta e la tenacia di questa piccola grande donna che conquistano chiunque la incontri. Lo capisco quando il pubblico si commuove a sentirla parlare o quando un gruppetto di giornalisti si appassiona mentre discetta di ricette e cucina: «Et oui, della mia infanzia conservo il ricordo del caviale con i Blinis e la crème fraiche. Anche se non è quella acida va bene lo stesso, basta che ci sia…».

Qual è l’ultima immagine che ha di sua madre?

Quando i gendarmi sono arrivati ci ha salutato con un semplice “arrivederci”. Ha detto a me e a mia sorella che sarebbe partita per un lungo viaggio. Al momento non ho realizzato. Ma presto ho capito che non si trattava di un viaggio normale.

Come l’ha capito?

Mio padre è cambiato di colpo. Ha iniziato scrivere molte lettere agli alti ufficiali cercando di farla liberare. Ma non arriva nessuna risposta. Eravamo ebrei, eravamo soli. È stato drammatico.

Cosa ricorda della sua infanzia?

I primi anni della mia infanzia sono stati gioiosi. Ripenso soprattutto quando eravamo sfollati à Issy-l’Evêque. Nel ’39 c’è stata la dichiarazione di guerra. Non potevamo tornare a Parigi per la paura dei bombardamenti. Avevo dieci anni. Così noi due sorelle siamo andate a Issy con la balia. In seguito, con la promulgazione delle leggi razziali, i nostri genitori ci hanno raggiunti. Ero felice, per la prima volta li avevo tutti per me.

Che tipo era sua padre?

Non era certamente un uomo di secondo piano come spesso succede nelle coppie dove uno è conosciuto e l’altro meno. Senza di lui probabilmente mia madre non sarebbe diventata quello che è. Era un uomo moderno, di ampie vedute, non le ha impedito di fare carriera, una rarità per quei tempi. Le batteva i testi a macchina, la aiutava e la sosteneva. Le ha permesso di essere una donna libera. Che tipo di uomo era? Amava la vita, la sua famiglia. Non nutriva una grande passione per il lavoro, ma amava tutto quello che amava mia madre. Si sono molto amati.

E sua sorella?

Ha studiato, come me. Dopo ha lavorato nell’editoria, ha scritto uno splendido romanzo in cui cercava di trovare nostra madre di cui aveva perso memoria. Si intitola Le Mirador ed è uscito con il nome di Élisabeth Gille. È morta nel 1996. Faccio fatica a parlarne. Il fatto che non abbia potuto vedere l’uscita di Suite française mi rattrista molto.

Quando è nata sua madre ha scritto all’amica Madeleine Cabour: «Denise non mi assomiglia neanche un po’; è quasi bionda e ha gli occhi grigi, ma penso che cambieranno ancora». Dalla biografia si intuisce  che l’amava moltissimo.

Mia madre nutriva un grande amore per le sue figlie. Elisabeth e io eravamo iper protette, un privilegio che in seguito abbiamo pagato a caro prezzo. Questa protezione ci ha colte del tutto impreparate di fronte alla catastrofe.

Di vostra madre, oltre al ricordo, è rimasta una valigia che avete custodito gelosamente negli anni. È l’ormai famosa valigia con il manoscritto di Suite française, l’opera che avrebbe dovuto comportare cinque parti, due sole delle quali erano state compiute al momento dell’arresto.

Quella valigia in effetti è diventata un oggetto di culto. Tanto che  all’esposizione del Museum of Jewish Heritage di New York è stata messa in bella mostra. La cosa mi ha fatto sorridere. L’ho ereditata al momento dell’arresto di mio padre. Era molto pesante. Dopo avermela affidata mio padre mi disse che non avrei dovuto separarmene mai. L’ho conservata, è da qualche parte non so in quale stato. Da quel momento abbiamo iniziato a passare da un nascondiglio all’altro per sopravvivere.

Vi hanno affidato a una tutrice.

Era francese e cattolica, un lasciapassare per quei tempi. Durante la fuga dovevamo camuffarci per evitare che ci riconoscessero. Come prima cosa abbiamo dovuto bruciare la stella gialla. La tutrice mi esortava a nascondere il naso. Pare fosse molto caratteristico, un naso ebraico. (Ride, ndr).

Perché  ci ha messo tanto tempo ad aprire la valigia?

Ho aspettato che mia madre tornasse. Non sapevo ancora che lei e tutti gli altri non sarebbero più tornati. È un po’ come quando non si apre la posta quando non ci è destinata. Ci sono voluti mesi e mesi per accettare l’idea  che non l’avrei più rivista.

Non deve essere stato facile sopravvivere con questo peso.

Per anni e anni mia sorella e io abbiamo sperato e sognato il suo ritorno. A Parigi cominciavano ad arrivare i primi convogli con i deportati provenienti dai Paesi dell’Est, dalla Polonia. Come molte altre persone siamo andate alla stazione con la speranza di rivedere i nostri cari. Quando abbiamo visto queste persone scendere dai vagoni, così magre, disperate e con i pigiami rigati, è stato terribile. Abbiamo capito che non valeva più la pena aspettare sui binari.

Cosa ha trovato dentro la valigia?

Non sapevo che ci fosse dentro un romanzo. Iniziai a leggere e mi sembravano dei semplici ricordi, dei richiami affettivi, conoscevo le persone, i paesaggi, le situazioni. Non ho pensato agli aspetti letterari per molto tempo. Un bel giorno ho aperto il quaderno e ho cominciato a trascrivere il testo. È stato faticoso. I caratteri erano minuti, non sempre facili da decifrare, ma io volevo salvare ogni singola lettera, ogni virgola, erano le ultime parole di  mia madre. È stato doloroso, ho rivissuto ogni cosa. Ma sono contenta di averlo fatto.

Sua madre a un certo punto è stata accusata di antisemitismo.

Mi sono abituata a certe critiche anche se continuo a considerarle offensive. Sono brutte interpretazioni su quello che scriveva mia madre. Lei non faceva altro che descrivere un ambiente sociale che conosceva molto bene. Era il mondo dei salotti parigini, dei ricchi finanzieri, degli affaristi e dei commercianti; gente che era fuggita a Parigi dopo la rivoluzione bolscevica. Tra di loro c’erano anche persone avide e senza scrupoli, come ci sono ovunque. In particolare nel romanzo David Golder. Anche François Mauriac denunciò i vizi della borghesia cattolica della provincia francese. Mia madre diceva sempre “Sono una donna libera, una scrittrice, nessuno mi deve dire che cosa devo scrivere”.

Anche la scelta che ha fatto sua madre di battezzarvi è stata giudicata con durezza.

I miei genitori pensavano ingenuamente di proteggerci. Mia madre non nutriva nessun odio nei confronti della sua origine ebraica. Il disprezzo verso se stessi attribuito agli ebrei è un concetto falso, preso e ripreso dai giornalisti per motivi di opportunismo o come strumentalizzazione. Ogni essere umano, ebreo o non ebreo, ha delle parti della propria natura che accetta e non accetta. Lo stesso vale per una comunità. Se poi la si mette nell’angolo, la si perseguitata e discrimina, è ovvio che nel tempo maturi una forma di disistima verso se stessa.

Come si sente a questo punto della vita?

Serena. La valigia che ho dovuto portare ha pesato molto sulle mie spalle. Ora è un po’ più leggera, perché una parte di questo peso ve l’ho consegnato,  ho voluto donarlo a voi tutti. Per me, il tempo che mi resta sarà più leggero. E forse la coscienza universale si sentirà un po’ più pesante. Forse.